Neorealismo e dintorni

Cielo sulla palude (1949)

Regia: Augusto Genina

 

Il regista Genina, attivo durante il periodo fascista, esordisce dopo la caduta del regime con questo film biografico sulla vita di Maria Goretti.

 

 

 

 

Manifesto 95x200

 

 

 

Manifesto 100x140

 

 

 

 

 

La trama: Maria ha solo nove anni quando, nel 1899, si trasferisce dalle Marche in una cascina nelle paludi pontine, dove la famiglia per vivere lavora le terre del conte Mazzoleni. Il padre muore quasi subito di malaria  lasciando la madre con sei figli. La baracca ove abitano è condivisa con i Serenelli, padre e figlio; quest’ultimo, ventenne, attratto dalla ragazza, dopo aver tentato più volte, ma inutilmente, di convincerla a cedergli, cerca di violentarla; la ragazza gli resiste, in nome della fede cristiana, e il giovane la ferisce a morte con numerose coltellate. Il giorno dopo, 6 luglio 1905, Maria muore nell’ospedale di Nettuno dopo aver perdonato il suo assassino.

Ai funerali della ragazza partecipò una grandissima folla commossa e ben presto nacque un vero e proprio culto intorno alla salma conservata nel santuario di Nettuno. Seguì la beatificazione e nel giugno del 1950 la santificazione annunciata da Pio XII in una piazza San Pietro gremita fino all'inverosimile; il film di Genina, estremamente fedele ai fatti storici, anticipa di poco l’evento della santificazione.

 

Il regista sceglie di descrivere questa vicenda secondo i canoni classici del Neorealismo: riprese esterne nei luoghi reali, attori non professionisti "presi dalla vita", come indicano i titoli sul manifesto, stile corale volto a cogliere più l'insieme di persone immerse nella quotidianità dell'esistenza che i singoli protagonisti. Nella prima parte del racconto è descritta la durissima esistenza dei contadini dell’agro pontino, in un insalubre luogo che mescola terra e acqua, in cui le zanzare diffondono il morbo della malaria tra genti mal nutrite, sfinite dal duro lavoro e ospitate in baracche prive delle più elementari condizioni igieniche. Per Maria la fede cristiana finisce col divenire l’unica speranza cui ancorarsi per sopportare un simile calvario. Si assiste poi al sacrificio della piccola Maria; la descrizione è fortemente realistica: il volto del ragazzo tradisce una passione demoniaca, i gesti si fanno sempre più crudeli e disperati, il volto della bambina è illuminato da una luce soffusa, un presagio della sua santità. La critica di sinistra guarda con sospetto a questo regista, che si inserisce con autorevolezza nel filone Neorealista, descrivendo le classi popolari, le più povere, e le loro sofferenze con una eccellente tecnica documentaristica; non è condivisibile, secondo i canoni del movimento, che la situazione di miseria e sfruttamento di quelle popolazioni non sfoci in odio tra le classi, e che anzi venga accettata come una situazione difficilmente modificabile, nella quale è soprattutto la fede cristiana a rendere sopportabile l’esistenza.

Premio internazionale  per la regia alla X Mostra di Venezia del 1949 e Nastro d'argento 1950.

 

   

 

Foto 30x40