La
trama del film è in qualche misura innovativa e trasgressiva.
L'Italia è in "guerra", ma questa parola è stata bandita dalla
cinematografia dell'epoca che mai ha fatto cenno alle
conseguenti difficoltà della popolazione; sul finire del film si assiste alla sfilata dei soldati in procinto di
partire, ma a questa scena non viene data quell'aura retorica da regime
bensì una legittima malinconia per la sorte di queste giovani
vite che potranno non tornare più ai loro affetti.
Compare inoltre, anche se in
misura marginale, il dialetto che il fascismo aveva abolito nei
pubblici spettacoli; ci sono popolani che si esprimono
correttamente ma con inflessioni locali, c'è il romanesco di
Aldo Fabrizi e il veneto di Carlo Micheluzzi.
Anche la scelta di un attore come Fabrizi, personaggio pacioso e "poco virile" è ben lontana dalla figura "maschia" stereotipata che il regime voleva imporre; lo stesso dicasi delle categorie sociali che si muovono in questa vicenda: cameriere, operai, bigliettai, in definitiva quel proletariato urbano che fino a quel momento non era stato in alcun modo rappresentato.
Il regista abbandona con questo film il genere dei "telefoni bianchi", che imperversava sugli schermi, e anticipa di alcuni anni l'avvento del neorealismo. Certamente la presenza nella sceneggiatura di Cesare Zavattini favorisce questo cambiamento; questo è inoltre il film in cui debutta Federico Fellini, anch'egli nella sceneggiatura.

